Analisi delle politiche pubbliche: attuazione e valutazione

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L'obiettivo principale di questa analisi è quello di esplorare il percorso compiuto da una legge, dalla sua formulazione alla sua applicazione e al suo rispetto, generalmente orchestrato dalle istituzioni pubbliche.

Per approfondire questo tema, il nostro studio è suddiviso in tre segmenti distinti: in primo luogo, torneremo sulla nozione di attuazione nel contesto dell'analisi delle politiche pubbliche. In sostanza, si tratta di un processo dinamico, spesso soggetto a tensioni, che ha il potenziale di trasformare radicalmente le decisioni prese al momento della creazione della legge. In secondo luogo, esamineremo un aspetto particolare con riferimento alla situazione in Svizzera, più precisamente la cosiddetta "polity", che corrisponde alla struttura istituzionale federalista del Paese. In questa dinamica federale, la Confederazione elabora le leggi, ma sono i Cantoni e i Comuni a metterle in pratica. Questa particolare disposizione può comportare una serie di sfide, ma anche di vantaggi, nel processo di applicazione. Infine, sottolineeremo l'importanza di tenere conto della situazione locale nel valutare le misure di applicazione. In particolare, esamineremo il comportamento dei funzionari sul campo, per strada o dietro uno sportello. Piuttosto che concentrarci su teorie astratte, sosterremo le nostre argomentazioni con esempi tangibili.

L'attuazione: un processo aperto e complesso

Gli studi sull'attuazione hanno iniziato a prendere forma come disciplina distinta all'interno delle scienze politiche negli Stati Uniti negli anni Settanta e Ottanta. L'ispirazione è stata data da una serie di lavori accademici volti a capire perché alcune politiche pubbliche non hanno prodotto i risultati attesi una volta attuate. È stata la "scuola dell'implementazione" a formalizzare la materia come un ramo di studio distinto. I ricercatori di questa scuola hanno iniziato a esaminare il processo di attuazione non semplicemente come l'esecuzione delle direttive politiche, ma come una fase complessa e multidimensionale del processo politico, che coinvolge molteplici attori, livelli di governo e dinamiche di potere. Ricercatori come Jeffrey Pressman, Aaron Wildavsky e James Q. Wilson hanno contribuito in modo influente alla teoria dell'attuazione. Pressman e Wildavsky, ad esempio, scrissero nel 1973 "Implementation: How Great Expectations in Washington Are Dashed in Oakland", un'opera spesso citata come il primo grande libro sull'argomento.[1] Questo lavoro ha aperto la strada a una comprensione più sfumata dell'attuazione, riconoscendo che la fase di attuazione è essa stessa un processo politico complesso, spesso segnato da conflitti, negoziati e compromessi.

"Implementation: How Great Expectations in Washington Are Dashed in Oakland; Or, Why It's Amazing that Federal Programs Work at All, This Being a Saga ... Morals on a Foundation" è un'opera fondamentale che ha veramente lanciato il campo di studio dell'attuazione delle politiche pubbliche. Scritto da Jeffrey L. Pressman e Aaron Wildavsky nel 1973, il libro espone le sfide complesse e spesso sorprendenti dell'attuazione delle politiche pubbliche. Il sottotitolo del libro solleva una questione centrale: come le grandi aspettative formulate a Washington possono scontrarsi con la realtà sul campo a Oakland. Evidenzia il potenziale divario tra la formulazione di una politica (l'intenzione) e la sua effettiva attuazione (la realtà). Ciò solleva interrogativi sull'efficacia dei programmi federali, data la complessità del processo di attuazione. Rivelando questa complessità, Pressman e Wildavsky hanno aperto la strada a una moltitudine di studi sull'attuazione. Questi studi hanno cercato di comprendere i molti dettagli di un'implementazione di successo e di evidenziare i numerosi ostacoli che possono impedire il processo. In questo modo, hanno contribuito a una comprensione più sfumata delle politiche pubbliche, che riconosce l'attuazione come una fase essenziale e distinta del processo politico, piuttosto che una mera formalità una volta presa la decisione politica.

La definizione quasi canonica di attuazione è quella di un processo sociale in cui gli attori fanno valere i propri interessi, poteri e opportunità di influenza. Questa definizione evidenzia la complessità e la dinamica di questo processo. Infatti, l'attuazione è spesso percepita come un processo sociale che coinvolge diversi attori che cercano di promuovere i propri interessi, esercitare il proprio potere e utilizzare i propri mezzi di influenza. Le leggi, le ordinanze e le altre prescrizioni non sono semplicemente regole fisse da applicare; piuttosto, sono offerte normative che diversi attori possono interpretare e utilizzare in modi diversi per raggiungere i propri obiettivi. In altre parole, queste "offerte" fungono da risorse che gli attori sul campo possono sfruttare, modificare, adattare o addirittura contestare, a seconda dei propri interessi e del modo in cui percepiscono queste offerte normative. Questa prospettiva sottolinea l'importanza degli attori sul campo nel determinare il contenuto effettivo di una politica pubblica. Le decisioni che prendono, le strategie che adottano e le interpretazioni che fanno dei requisiti legali possono influenzare in modo significativo il risultato finale dell'attuazione e, di conseguenza, l'impatto effettivo della politica pubblica sulla società.

Descrivere l'attuazione come un "gioco di attuazione" sottolinea la sua natura negoziata, strategica e interattiva. Piuttosto che essere un semplice processo di applicazione meccanica della legge, l'attuazione è un processo dinamico, in cui diversi attori interagiscono, negoziano, cooperano e talvolta si oppongono l'un l'altro, al fine di promuovere i propri interessi e obiettivi. Questo "gioco" può coinvolgere un'ampia gamma di attori, tra cui gli attuatori all'interno della pubblica amministrazione, i beneficiari delle politiche, i gruppi di interesse, i fornitori di servizi e altri stakeholder. Ognuno di questi attori può avere interessi, priorità e prospettive diverse e può utilizzare strategie diverse per influenzare il processo di attuazione e i suoi risultati. Questa prospettiva evidenzia la natura aperta e complessa dell'attuazione, dimostrando che si tratta di un processo plasmato da interazioni, negoziazioni e conflitti continui tra i diversi attori. Evidenzia inoltre la natura incerta e imprevedibile dell'attuazione, poiché l'esito del "gioco dell'attuazione" può dipendere da molti fattori, tra cui le dinamiche di potere, le risorse disponibili, le condizioni contestuali e gli eventi imprevisti.

Federalismo esecutivo - diversità e deficit nei cantoni

Cosa significa in pratica in Svizzera? In Svizzera, il federalismo esecutivo è l'espressione pratica della divisione dei poteri tra i livelli di governo nel processo di attuazione delle politiche pubbliche. In questo sistema, la formulazione delle politiche è dominata dalle istituzioni federali, in particolare dal Consiglio nazionale, dal Consiglio degli Stati e talvolta anche dal popolo attraverso votazioni democratiche dirette. Tuttavia, una volta definite le politiche, la responsabilità della loro attuazione è generalmente delegata ai Cantoni e ai Comuni. Questa struttura riflette l'alto grado di decentramento e di autonomia locale della Svizzera, consentendo a ciascun Cantone di adattare l'attuazione alle specifiche condizioni locali. Tuttavia, questo sistema può anche portare a variazioni nell'attuazione tra i diversi cantoni, a seconda della loro interpretazione delle politiche, delle loro risorse e capacità e delle loro priorità politiche. Inoltre, a volte può portare a tensioni tra il livello federale e i Cantoni su questioni come l'allocazione delle risorse e delle responsabilità o l'interpretazione delle leggi federali.

La configurazione del federalismo esecutivo in Svizzera, in cui la Confederazione elabora le leggi e i Cantoni sono responsabili della loro attuazione, è in realtà più complessa di una semplice divisione dei compiti. Questa divisione non è sempre netta e rigida e spesso i Cantoni, e persino i Comuni, hanno un notevole margine di manovra nell'applicazione delle leggi federali. Questa autonomia può dare origine a un'impressionante diversità nel modo in cui la stessa legge viene applicata da un cantone all'altro, e persino da un comune all'altro. Questa diversità può riflettersi non solo nelle azioni specifiche adottate per attuare la legge, ma anche negli effetti di tale attuazione sui cittadini. Quindi, anche se una legge è uniforme a livello federale, il modo in cui viene applicata e gli effetti che produce possono variare notevolmente da un luogo all'altro. In alcuni casi, questo può portare a differenze significative nel trattamento dei cittadini svizzeri, creando potenzialmente disuguaglianze di fatto tra di loro. Questa situazione evidenzia l'importanza di tenere conto delle specificità locali e regionali nell'analisi dell'attuazione delle politiche pubbliche in Svizzera. Inoltre, evidenzia la necessità di bilanciare l'autonomia locale e l'uniformità nazionale nell'attuazione delle politiche pubbliche, al fine di garantire un'applicazione giusta ed equa della legge.

Esamineremo come le domande analitiche convenzionali possano far luce sugli effetti del federalismo esecutivo. In particolare, cercheremo di capire come la struttura politica e istituzionale - che chiameremo "polity" - influenzi l'attuazione delle politiche - o "public policy". In altre parole, esploreremo come il federalismo in Svizzera influisca concretamente sull'attuazione delle politiche pubbliche.

L'analisi dell'impatto del federalismo (polity) sull'attuazione delle politiche pubbliche in Svizzera richiede la comprensione di come il quadro istituzionale e politico del Paese influenzi le pratiche di attuazione. Il federalismo esecutivo, in cui i Cantoni e i Comuni sono in gran parte responsabili dell'attuazione delle leggi federali, ha diverse implicazioni importanti. In primo luogo, il federalismo consente un certo grado di flessibilità nell'applicazione delle politiche pubbliche. Ciò significa che i cantoni possono adattare l'attuazione alle specifiche condizioni locali e alle esigenze dei cittadini. Ad esempio, una politica educativa o sanitaria può essere attuata in modo diverso a seconda delle risorse disponibili, delle priorità politiche locali e delle caratteristiche demografiche o socio-economiche dei cantoni. In secondo luogo, il federalismo può portare a una diversità nell'attuazione delle politiche pubbliche, con differenze potenzialmente significative tra i cantoni. Questa diversità può essere vantaggiosa per consentire la sperimentazione di politiche e promuovere l'innovazione, ma può anche portare a disuguaglianze e variazioni nella qualità dei servizi forniti ai cittadini. In terzo luogo, il federalismo può creare sfide in termini di coordinamento ed efficienza. Il coordinamento tra i diversi livelli di governo può essere difficile, soprattutto quando le responsabilità sono condivise o quando le politiche richiedono un'azione concertata a più livelli. Inoltre, la frammentazione delle responsabilità può rendere più difficile il monitoraggio e la valutazione dell'efficacia delle politiche. In breve, il federalismo in Svizzera ha un impatto significativo sull'attuazione delle politiche pubbliche, offrendo opportunità di adattamento e innovazione, ma ponendo anche sfide in termini di uguaglianza, coordinamento ed efficacia.

Studio di caso - Controllo della fauna selvatica/caccia (cfr. studio Nahrath, 2000)

Il primo esempio che analizzeremo è la regolamentazione della caccia in Svizzera, un tema di grande attualità. Se osserviamo il modo in cui la caccia e la fauna selvatica vengono gestite, notiamo una notevole diversità di approcci, che riflette quello che potrebbe essere descritto come un "laboratorio federalista". In altre parole, i Cantoni stanno sperimentando diversi metodi di regolamentazione della caccia, creando una varietà di approcci e soluzioni in tutto il Paese.

Perché? Secondo la Costituzione federale svizzera, l'assegnazione dei diritti di caccia è un monopolio pubblico. Tuttavia, spetta ai Cantoni stabilire il regime venatorio da attuare per regolare non solo chi può cacciare, ma anche a quale intensità. La Confederazione si limita a regolamentare alcuni aspetti come le specie protette (non si può cacciare qualsiasi animale), i tipi di armi utilizzabili e l'uso delle trappole. Quando analizziamo le politiche pubbliche, a volte ci troviamo in ambiti molto diversi. Per esempio, analizzeremo il modo in cui i Cantoni hanno scelto di regolamentare la caccia, data l'ampia discrezionalità concessa loro dalla Costituzione federale.

I Cantoni svizzeri possono regolamentare la caccia in diversi modi, a seconda della loro interpretazione della Costituzione e delle leggi federali. Questo può portare a una varietà di regimi di caccia, con ogni cantone che adatta le regole alle proprie esigenze e circostanze. Ad esempio, alcuni cantoni possono scegliere di assegnare i diritti di caccia su base individuale, magari in base alle capacità o all'esperienza del cacciatore. Altri cantoni possono preferire un sistema di licenze, magari limitando il numero di licenze disponibili o assegnandole a sorte. Inoltre, ogni cantone ha la possibilità di determinare l'intensità della caccia consentita. Ciò può includere regolamenti sul numero di animali che possono essere abbattuti, sulle specie che possono essere cacciate o persino sui periodi dell'anno in cui la caccia è consentita. L'impatto di questa diversità di regolamenti è duplice. Da un lato, consente un certo grado di sperimentazione e innovazione nella gestione della caccia, con ogni cantone in grado di adattare le proprie regole per soddisfare al meglio le esigenze locali. D'altro canto, può anche portare a disuguaglianze, con i cacciatori di alcuni cantoni potenzialmente soggetti a regole più severe rispetto a quelli di altri cantoni. Questa analisi mostra come l'autonomia concessa ai cantoni dal federalismo svizzero possa influenzare l'attuazione delle politiche pubbliche. Se da un lato ciò può consentire un certo grado di flessibilità e di adattamento alle condizioni locali, dall'altro può portare a disparità tra le regioni.

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Questa suddivisione della normativa sulla caccia in Svizzera dimostra chiaramente la diversità delle politiche pubbliche derivanti dall'interpretazione delle leggi federali da parte dei vari Cantoni. Nel Cantone di Ginevra, la caccia è completamente vietata, un'eccezione unica nel Paese. Ciò riflette probabilmente i valori ambientali più forti e l'alta densità di popolazione che rende la caccia meno praticabile. Nei cantoni romandi, alpini e dell'Appenzello Interno ed Esterno di Rodi, la caccia è regolata da un sistema di permessi. Ciò significa che chiunque voglia cacciare deve ottenere una licenza, che viene probabilmente rilasciata in base a determinati criteri, come l'abilità o l'esperienza del cacciatore. Infine, nei cantoni della Svizzera tedesca, la caccia è regolata da un sistema di "leasing". In base a questo sistema, i diritti di caccia di una certa area vengono "affittati" a un individuo o a un gruppo, che ha poi il diritto di cacciarvi per un periodo di tempo determinato. Ciò consente una gestione più intensiva e mirata della fauna selvatica. Questa varietà di regimi venatori dimostra come i Cantoni possano adattare le leggi federali alle proprie esigenze e circostanze, portando a una diversità di politiche pubbliche nel Paese. Inoltre, evidenzia l'importanza di esaminare l'attuazione delle politiche pubbliche a livello locale per comprenderne appieno l'impatto.

Nel Cantone di Ginevra, la caccia è strettamente riservata ai guardiacaccia professionisti, rendendo vietata la caccia privata. Questa particolare normativa ha diverse conseguenze degne di nota. In primo luogo, comporta costi significativi per il Cantone. Infatti, l'assunzione di guardiacaccia professionisti per gestire la popolazione animale comporta una spesa significativa. Inoltre, il Cantone di Ginevra non riceve alcun reddito dalla vendita delle licenze di caccia, come invece accadrebbe se la caccia privata fosse autorizzata. Inoltre, questa particolare regolamentazione della caccia è associata ad alcune critiche in termini di etica venatoria, cioè i principi morali che regolano la pratica della caccia. Ad esempio, è generalmente vietato cacciare di notte con armi a infrarossi, per ragioni di sicurezza e di rispetto della fauna selvatica. Tuttavia, a Ginevra, queste regole non sono sempre rispettate, a causa del rischio di incidenti se la caccia si svolge di giorno. I guardiacaccia sono quindi talvolta costretti a cacciare di notte, in contrasto con la legge federale, per mantenere il divieto di caccia privata. Questo illustra come l'attuazione di una politica pubblica possa portare a dilemmi etici e pratici, richiedendo un delicato equilibrio tra priorità e vincoli diversi.

Nei cantoni che adottano il sistema delle licenze di caccia, l'accesso a questa attività è regolato dal rilascio di licenze a diversi cacciatori. Questi cacciatori possono poi cacciare in tutto il cantone entro i limiti definiti dalla licenza, spesso sotto forma di quote di animali che non devono essere superate. Tuttavia, questo sistema di regolamentazione tramite permessi presenta delle sfide. In particolare, la fauna selvatica è spesso sottoutilizzata, cioè il numero di animali abbattuti è inferiore alle quote stabilite. Questo può portare a squilibri ecologici, con impatti negativi su foreste e colture. Nel Cantone di Ginevra, ad esempio, una popolazione eccessiva di cinghiali può causare danni considerevoli alle colture. Quindi, a differenza del sistema in vigore a Ginevra, dove la fauna selvatica è gestita da professionisti, il sistema delle licenze di caccia non garantisce necessariamente una gestione equilibrata della fauna selvatica in tutto il Cantone. Il sistema rivela quindi i limiti di un approccio decentralizzato all'attuazione delle politiche pubbliche, dove le variazioni locali possono portare a risultati disomogenei.

Il terzo modello di amministrazione della caccia presente in Svizzera è quello della locazione. Questo sistema si differenzia notevolmente dai due precedenti in quanto non assegna permessi di caccia individuali, ma affida la gestione di un territorio a un'associazione di cacciatori per un periodo di 6-8 anni. Durante questo periodo, l'associazione è responsabile della regolamentazione del numero di animali che possono essere cacciati ed è anche responsabile di eventuali danni causati dalla fauna selvatica alle foreste o alle colture. Al termine di ogni ciclo di 6-8 anni, il diritto di locazione viene nuovamente messo all'asta. Se un'associazione venatoria ha gestito male il proprio territorio durante questo periodo, rischia di perdere i diritti di locazione all'asta successiva, il che potrebbe portare all'esclusione dalla caccia. Questo sistema di locazione crea quindi un incentivo per una gestione responsabile della fauna selvatica e del suo impatto sull'ambiente locale.

L'analisi empirica condotta su questi tre sistemi di gestione della caccia ha rivelato che, in termini di sostenibilità e gestione razionale della fauna selvatica, il sistema di leasing è generalmente il più efficace. Affidando la responsabilità della gestione della fauna selvatica a un'associazione di cacciatori per un'area specifica, si ottengono risultati migliori rispetto a quelli ottenuti affidando questo compito ai burocrati o concedendo ai singoli la possibilità di cacciare attraverso una licenza. Il leasing sembra promuovere una gestione della fauna selvatica più efficace e sostenibile rispetto agli altri metodi esaminati.

Sebbene questi tre sistemi derivino dalla stessa delega di poteri al livello federale, differiscono notevolmente in termini di metodi di attuazione e di impatto. È proprio questo che permette il federalismo esecutivo: fornisce un quadro per sperimentare diverse soluzioni di attuazione in un "laboratorio federalista". Nel caso della caccia, questo sistema ha permesso di trarre preziosi insegnamenti dai diversi approcci adottati dai Cantoni. Tuttavia, questo processo di apprendimento e adattamento non si limita alla gestione della caccia. Può essere riscontrato in diverse altre politiche pubbliche. Ad esempio, nel campo della regolamentazione delle droghe, i cantoni di Ginevra, Zurigo e Basilea hanno sperimentato diversi metodi di gestione. Da questi esperimenti è possibile trarre insegnamenti e adottare il modello più efficace. Lo stesso vale per diverse politiche sociali: l'attuazione del federalismo non solo permette di beneficiare di una diversità di approcci, ma anche di testare diverse soluzioni, prima di scegliere e adottare quella che si rivela più efficace. Ciò dimostra che, in molti settori, il federalismo esecutivo può essere uno strumento prezioso per l'innovazione e il miglioramento delle politiche pubbliche.

Étude de cas – Acquisition d'immeubles par les étrangers (cf. étude Delley et al., 1982)

La loi fédérale suisse sur l'acquisition d'immeubles par des personnes à l'étranger, communément appelée "Lex Koller", a été mise en place dans les années 1960 en réponse à l'augmentation du nombre d'achats de propriétés par des non-résidents. Cette législation visait à contrôler l'acquisition de biens immobiliers par des personnes étrangères en Suisse. La loi a été mise en place pour protéger les intérêts nationaux et pour éviter une inflation immobilière excessive qui pourrait rendre le logement inabordable pour les résidents suisses. Il s'agit d'une mesure protectionniste destinée à protéger le marché immobilier suisse contre la spéculation étrangère. Jean-Daniel Delley, professeur de droit à l'Université de Genève, a effectué une analyse classique de cette politique. Il est intéressant d'examiner comment la mise en œuvre de cette loi a été influencée par le fédéralisme d'exécution suisse, et comment elle a pu varier d'un canton à l'autre.

Dans les années 1960, certains groupes en Suisse se sont inquiétés de l'augmentation des achats de propriétés par des personnes à l'étranger, craignant que cela ne conduise à un contrôle étranger accru sur le sol suisse. Ces préoccupations étaient particulièrement prononcées au sein de certains secteurs de la droite politique, qui avaient une vision plus nationaliste. Ils ont soutenu que cette tendance représentait une menace pour les intérêts nationaux suisses, notamment en raison de l'augmentation des prix de l'immobilier qui rendait le logement moins abordable pour les résidents suisses et du fait que le contrôle étranger accru sur le sol suisse pourrait menacer la souveraineté nationale. Ces inquiétudes ont contribué à l'élaboration de la loi sur l'acquisition d'immeubles par des personnes à l'étranger, connue sous le nom de "Lex Koller". Cette loi visait à restreindre l'achat de propriétés en Suisse par des non-résidents, dans le but de protéger le marché immobilier suisse et de préserver la souveraineté nationale.

Outre les préoccupations nationalistes de la droite, la gauche suisse avait également des inquiétudes concernant l'augmentation des achats de biens immobiliers par des étrangers, mais pour des raisons très différentes. La gauche était principalement préoccupée par l'impact socio-économique de ces acquisitions. Plus précisément, ils craignaient que l'achat de biens immobiliers par des investisseurs étrangers, dans le but de spéculer sur le marché immobilier, n'entraîne une augmentation des loyers à travers le pays. Cela pourrait, à son tour, rendre les logements moins abordables pour de nombreux Suisses, en particulier pour ceux à revenu modéré. En outre, cela pourrait contribuer à la rareté des logements à loyer modéré, exacerbant encore les problèmes de logement en Suisse. Ainsi, alors que la droite s'inquiétait principalement de la souveraineté et du contrôle étranger, la gauche s'inquiétait des implications socio-économiques de l'augmentation des achats de biens immobiliers par des étrangers. Ces préoccupations conjointes ont contribué à façonner le débat sur la politique en matière de propriété immobilière pour les non-résidents.

Un troisième groupe d'acteurs a également pris part au débat, à savoir la droite libérale. Cette faction politique n'a vu aucune nécessité de réglementation dans cette question. Au lieu de cela, ils ont défendu le principe de la propriété privée et l'approche traditionnelle de la Suisse en matière de libre-échange. Selon eux, le fait qu'un propriétaire soit étranger ne pose pas de problème en soi. Par conséquent, ils s'opposaient à toute intervention de l'État dans la construction de biens immobiliers ou le contrôle des loyers, et ils ne voyaient pas non plus de danger dans l'idée d'une influence étrangère sur le territoire suisse. Pour eux, le marché libre devrait être le principal déterminant des transactions immobilières, indépendamment de la nationalité du propriétaire.

Les forces de ces trois parties étaient plutôt équilibrées, et aucune majorité claire ne se dégageait pour l'une d'entre elles. Ainsi, un compromis a été trouvé qui permettait à toutes les parties d'exprimer leur point de vue. On a reconnu qu'il fallait effectivement exercer un contrôle sur cette question, et qu'un étranger souhaitant acquérir un immeuble en Suisse devrait obtenir une autorisation formelle de l'État. Cependant, la question restait de savoir dans quelles conditions cette autorisation pouvait être accordée. C'est là qu'est entrée en jeu la subtilité de la mise en œuvre, et où le rôle du fédéralisme d'exécution a été crucial dans l'application concrète de cette politique.

Dans le texte de la loi, l'autorisation pour acquérir un immeuble est accordée "s'il y a un intérêt légitime". C'est ce qu'on appelle un concept juridique indéterminé, qui laisse une grande marge de manœuvre dans son interprétation. Selon la structure fédérale de la Suisse, ce sont les cantons qui ont été chargés de mettre en œuvre cette loi. Ainsi, les cantons ont eu la responsabilité de définir concrètement ce que signifie "intérêt légitime". La loi visait des objectifs très différents et il n'y avait pas de consensus solide au niveau fédéral. De ce fait, on a pu observer lors de la mise en œuvre de la loi une utilisation de celle-ci en fonction des intérêts spécifiques des cantons et des régions locales. Certains ont qualifié cela de "détournement de la loi" par les cantons, car l'interprétation de l'intérêt légitime variait largement d'un canton à l'autre, en fonction de leurs propres priorités et préoccupations.

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Le graphique démontre comment, face à une situation initiale où les pratiques cantonales étaient à certains égards similaires ou comparables, l'introduction de diverses lois visant à contrôler, voire réduire, l'acquisition d'immeubles par des étrangers a provoqué une divergence significative dans les approches adoptées par les différents cantons. Les différents cantons ont alors adopté des stratégies distinctes pour interpréter et appliquer ces lois. Cela reflète l'aspect flexible du fédéralisme d’exécution, qui permet aux autorités locales d'adapter la mise en œuvre des lois nationales à leurs propres besoins et préoccupations spécifiques. Cette variété d'approches peut également être vue comme un "laboratoire" d'expérimentation politique, où les différentes stratégies peuvent être comparées et évaluées pour leur efficacité.

Le canton du Valais a choisi d'interpréter la notion d'"intérêt légitime" en lien avec son ambition de promouvoir le tourisme grâce à l'apport de capitaux étrangers. Ainsi, ce canton a adopté une politique d'expansion touristique, en accordant des autorisations de manière assez libre, permettant ainsi une importante construction de logements destinés à des non-résidents. Même lorsque la Confédération exprimait des doutes quant à la légitimité de certaines de ces autorisations, le Valais a trouvé des moyens de contourner ces objections. L'une de ces méthodes consistait à créer des fiducies locales, qui, bien qu'elles soient officiellement suisses, étaient financées par des capitaux étrangers. Ainsi, ces fiducies ont permis aux étrangers d'acquérir des immeubles indirectement, par le biais d'une entité "pseudo-suisse", pour contourner les restrictions sur l'achat de biens immobiliers par des non-résidents. Cela illustre comment, en fonction des priorités locales, l'application d'une loi fédérale peut être adaptée de manière créative.

Le canton de Lucerne a adopté une approche très différente dans l'application de la même loi. Malgré son attrait touristique, Lucerne a choisi d'utiliser cette législation comme un outil pour limiter le contrôle étranger sur le développement local, privilégiant l'investissement local et suisse. Contrairement au Valais, Lucerne a très peu accordé d'autorisations d'achat de biens immobiliers à des étrangers. La courbe d'autorisations dans le canton de Lucerne est presque à zéro, ce qui montre que ce canton a adopté une politique très stricte en matière de contrôle des achats immobiliers par des étrangers. Cette différence d'approche est un bon exemple de la manière dont la mise en œuvre d'une même loi peut varier considérablement en fonction du contexte et des priorités locales. Ainsi, même avec une législation fédérale, il peut y avoir une grande variété de résultats en fonction de la manière dont chaque canton choisit de la mettre en œuvre.

Dans le canton de Genève, l'approche de l'application de la loi sur l'achat de biens immobiliers par des étrangers a varié en fonction des fluctuations du marché immobilier local. Lorsque le marché immobilier est en croissance et que la demande de logements est forte, le canton pourrait avoir été plus disposé à accorder des autorisations d'achat à des étrangers, en raison des avantages économiques potentiels de ces investissements. Inversement, lors de ralentissements du marché immobilier, le canton aurait pu adopter une approche plus restrictive pour limiter la spéculation étrangère et protéger les résidents locaux de l'augmentation des loyers et des coûts de l'immobilier. Cela illustre comment les cantons peuvent adapter leur mise en œuvre des lois fédérales en fonction des conditions économiques locales et des besoins de leur population. Cela démontre également la flexibilité que le fédéralisme suisse permet aux cantons dans l'application de la loi, même lorsque cette loi est édictée au niveau fédéral.

L'étude de la mise en œuvre de lois, en particulier celles qui sont formulées de manière large ou vague, est une partie essentielle de l'analyse des politiques publiques. Cela permet de comprendre non seulement comment une loi est interprétée et appliquée dans différents contextes, mais aussi comment son application peut varier en fonction des conditions locales, des valeurs et des intérêts des acteurs impliqués. Dans le cas de la loi suisse sur l'acquisition de biens immobiliers par des étrangers, le concept d'"intérêt légitime" laisse une grande marge de manœuvre aux cantons dans la détermination de ce qui constitue un intérêt légitime. Par conséquent, comme nous l'avons vu, l'application de la loi peut varier considérablement d'un canton à l'autre, en fonction de la manière dont chaque canton interprète ce concept. Cela souligne l'importance de la mise en œuvre de la loi dans la détermination de ses effets réels et soulève des questions intéressantes sur le rôle du fédéralisme et de la décentralisation dans la gestion des politiques publiques. Il souligne également l'importance de la recherche empirique dans l'étude des politiques publiques, car elle permet de voir comment les lois fonctionnent en pratique, au-delà de ce qui est écrit dans le texte de loi lui-même.

Étude de cas – Réformes de l’assurance invalidité (cf. étude de Byland et al. 2015)

La formulation précise d'une loi peut effectivement réduire la variabilité dans son application, car elle laisse moins de place à l'interprétation. Cependant, cela ne garantit pas nécessairement une application uniforme de la loi. Les différences dans la mise en œuvre peuvent encore survenir en raison d'une variété de facteurs, y compris les différences dans les ressources disponibles, les priorités politiques, la compétence des responsables de la mise en œuvre, et la culture administrative. L'étude de Byland et al. en 2015 sur les réformes de l'assurance invalidité en Suisse est un bon exemple de cela. Malgré le fait que la loi sur l'assurance invalidité était formulée de manière assez précise, ils ont constaté des variations significatives dans la mise en œuvre entre les cantons. Ces variations étaient dues à des facteurs tels que les différences dans les ressources disponibles pour la mise en œuvre de la loi, les différences dans l'interprétation des dispositions législatives, et les différences dans la culture administrative et les priorités politiques entre les cantons. Cela illustre l'importance de l'analyse de la mise en œuvre dans l'étude des politiques publiques, car même une loi bien conçue et formulée de manière précise peut aboutir à des résultats variés en fonction de la manière dont elle est mise en œuvre. Il est donc crucial de prendre en compte les facteurs contextuels lors de l'analyse de l'impact d'une loi et de ses réformes.

Réformes de l’assurance invalidité : inégalités de traitement ou convergence entre cantons ?

Le graphique semble indiquer qu'à un certain point, une politique a été mise en place dans le but de réduire le nombre de bénéficiaires de l'assurance invalidité, et par conséquent, de diminuer le déficit de cette assurance. Ce point d'inflexion peut être le résultat de différentes mesures prises, par exemple l'introduction de critères plus stricts pour l'admissibilité à l'assurance invalidité, l'augmentation des exigences en matière de réadaptation ou de réinsertion professionnelle, ou l'application de contrôles plus rigoureux pour lutter contre la fraude. Il est également possible que des facteurs externes, tels que l'amélioration de l'économie ou des changements dans la structure de la population (par exemple, une baisse du nombre de personnes atteintes de maladies chroniques ou d'affections de longue durée), aient contribué à la diminution du nombre de bénéficiaires de l'assurance invalidité.

L'évolution de la politique d'assurance invalidité en Suisse peut être examinée à travers trois grandes périodes distinctes : 1999 - 2003, 2004 - 2007 et 2008 - 2011. Chaque période a été caractérisée par une orientation politique spécifique. De 1999 à 2003, la politique dominante était celle de l'octroi de rentes. En d'autres termes, lorsqu'une personne ne pouvait plus travailler en raison d'une invalidité, elle recevait une rente. Cette approche traditionnelle a incité de nombreuses personnes à demander des rentes, ce qui a conduit à une augmentation des déficits de l'assurance invalidité. En 2003, face à l'augmentation des déficits, une réforme a été introduite. La nouvelle approche continuait d'octroyer des rentes, mais uniquement si on ne parvenait pas à réintégrer les individus sur le marché du travail. La rente demeurait l'instrument principal, tout en essayant de maintenir autant que possible les personnes invalides actives sur le marché du travail. Par exemple, l'octroi de rentes partielles était une option, permettant aux bénéficiaires de travailler à temps partiel tout en touchant une rente, ce qui a réduit la pression sur l'assurance invalidité. Cependant, cette mesure s'est révélée insuffisante pour assainir les finances de l'assurance invalidité. Par conséquent, de nouvelles restrictions ont été introduites, modifiant fondamentalement la philosophie de la politique d'assurance invalidité. Depuis 2008, l'octroi d'une rente n'est considéré que comme un dernier recours. Pour bénéficier d'une rente, il faut prouver que toutes les mesures possibles pour se réinsérer dans le marché du travail ont été prises sans succès. Cette évolution signifie qu'avec le temps, obtenir une rente est devenu de plus en plus difficile. L'accent est désormais mis sur la réinsertion et le maintien dans le marché du travail, même à temps partiel, pour les personnes atteintes d'une invalidité.

Comment se traduit cette politique fédérale qui est appliquée au niveau des cantons ? La politique fédérale en matière d'assurance invalidité est mise en œuvre au niveau des cantons par le biais des Offices AI (Assurances Invalidité). Ces offices sont responsables de l'examen des demandes de rentes d'invalidité et de la prise de décisions concernant l'acceptation ou le refus de ces demandes. Dans le cas où une demande est déposée, l'Office AI évalue l'invalidité du demandeur et détermine si celle-ci est suffisamment grave pour justifier l'octroi d'une rente. Cette évaluation tient compte de divers facteurs, y compris la capacité du demandeur à travailler (soit à plein temps, soit à temps partiel), les opportunités d'emploi disponibles et l'efficacité des efforts de réadaptation ou de réinsertion. Cependant, bien que la politique d'assurance invalidité soit fédérale, la manière dont elle est mise en œuvre peut varier d'un canton à l'autre. Chaque Office AI peut avoir ses propres procédures et critères pour évaluer les demandes. Par conséquent, il peut y avoir des variations dans les taux d'acceptation des demandes de rentes d'invalidité entre les différents cantons. Cela signifie que la manière dont cette politique est mise en œuvre sur le terrain peut dépendre en grande partie de l'interprétation et de la gestion individuelle de chaque Office AI. C'est pourquoi il est important de comprendre comment chaque canton applique cette politique, afin de garantir une mise en œuvre efficace et équitable à travers le pays.

Taux d’octroi des rentes AI (offices AI) par canton et régime.

Dans ce contexte, trois périodes distinctes sont mises en évidence, ainsi que la moyenne nationale du taux d'approbation des pensions d'invalidité. À mesure que le temps passe, on observe une baisse constante du taux d'acceptation des demandes de rentes, signifiant que de moins en moins de rentes sont accordées par rapport aux demandes formulées. La préoccupation centrale pour un politologue dans cette situation est de déterminer si les chances d'obtenir une rente sont uniformes dans tous les cantons ou si l'application de la politique au niveau cantonal pourrait entraîner des discriminations. Autrement dit, est-ce possible qu'une même situation puisse donner lieu à des décisions totalement différentes de la part de l'administration cantonale, malgré le fait qu'elles soient toutes soumises à la même loi fédérale ? Cette question soulève des enjeux d'équité et d'uniformité dans l'application de la loi.

Il est clairement illustré ici que le taux d'acceptation des demandes de rentes diminue à mesure que nous avançons dans le temps, indiquant qu'il devient de plus en plus difficile d'obtenir une rente. La question pertinente pour un politologue serait de déterminer si les chances d'obtenir une rente sont égales dans tous les cantons, ou si l'application de la loi fédérale par les différents cantons peut entraîner des discriminations. En d'autres termes, est-ce que la même situation pourrait entraîner des décisions administratives différentes en fonction du canton, même si elles sont toutes régies par la même loi fédérale ? Cette question est d'autant plus importante qu'elle pourrait avoir des implications significatives en termes d'équité et d'égalité d'accès aux prestations d'invalidité. C'est pourquoi il est essentiel de comprendre comment les politiques sont mises en œuvre à différents niveaux administratifs et si ces différences peuvent entraîner des inégalités entre les cantons.

On entend souvent parler du "syndrome lémanique", une notion qui suggère que seuls les cantons romands octroient des rentes. Le canton du Valais est le plus restrictif à cet égard, tandis que le canton de Neuchâtel a vu ses pratiques se durcir avec le temps. Ce que l'on remarque, c'est que tous les cantons adoptent une approche de plus en plus stricte, mais à des vitesses très variables. En conséquence de ces réformes successives, il semble y avoir une diversité croissante dans la mise en œuvre de la politique par les cantons, et potentiellement une inégalité accrue dans le traitement des citoyens selon le canton dans lequel ils résident.

Taux d’octroi des rentes AI par les offices AI par régime (médiane et quartiles).

Les graphiques en boîte présentés ici montrent la médiane, ainsi que le premier, deuxième, troisième et quatrième quartiles. On observe une dispersion initiale qui se réduit dans un premier temps, puis augmente de manière significative pendant la troisième période. Aujourd'hui, les inégalités de traitement, au sens politique du terme, semblent s'être accrues entre les cantons. Cependant, il convient de noter que cette analyse est purement quantitative. Il serait nécessaire de comparer des dossiers comparables dans différents systèmes cantonaux pour déterminer si des situations objectivement similaires de handicap conduisent à des décisions radicalement différentes.

Étude de cas – Canons à neige

Prenons l'exemple d'une législation hypothétique concernant l'utilisation des canons à neige dans les stations de ski. Supposons que cette loi stipule clairement qu'il est interdit d'utiliser ces machines entre certaines heures pour minimiser leur impact sur l'environnement. Sur le papier, cette règle est simple et directe. Cependant, sa mise en œuvre peut être affectée par plusieurs facteurs au niveau local. Par exemple, les autorités locales pourraient être soumises à des pressions de la part des opérateurs de stations de ski, qui font valoir que l'interdiction nuit à leurs opérations et, par conséquent, à l'économie locale. Il peut y avoir une interprétation flexible de la loi, où certains responsables ferment les yeux sur son non-respect pendant les périodes de pointe de la saison de ski. Dans d'autres cas, l'application de la loi peut être incohérente, avec des sanctions pour certains contrevenants et pas pour d'autres. Il y a aussi la possibilité de ce qu'on appelle le "détournement de la loi". Par exemple, les opérateurs de stations de ski peuvent techniquement respecter l'interdiction en arrêtant les machines pendant les heures prescrites, mais ils peuvent les remettre en marche immédiatement après, peut-être à un niveau plus élevé pour compenser le temps perdu. De cette façon, ils respectent la lettre de la loi, mais pas son esprit. Ainsi, bien que la loi sur l'utilisation des canons à neige soit claire et précise, sa mise en œuvre réelle peut varier considérablement, en fonction de facteurs tels que les pressions économiques locales, l'interprétation de la loi par les responsables et les tactiques utilisées pour contourner la loi. Cela peut entraîner des différences notables entre l'objectif initial de la loi et son impact réel sur le terrain.

La mise en œuvre des politiques au niveau local peut être fortement influencée par les dynamiques de pouvoir et les relations entre les différents acteurs concernés. Les configurations spécifiques d'acteurs peuvent créer des obstacles considérables à l'application effective des règles. Par exemple, dans une communauté locale, un certain nombre d'acteurs influents, tels que les dirigeants d'entreprises, les représentants élus ou les groupes d'intérêts spécifiques, peuvent s'opposer à l'application d'une certaine règle en raison de leurs propres intérêts ou croyances. Ils peuvent utiliser leur pouvoir et leur influence pour contester, retarder ou entraver la mise en œuvre de la règle. Dans certains cas, les acteurs peuvent s'engager dans des activités de contournement des règles, par exemple en exploitant les lacunes ou les ambiguïtés dans la législation, en exerçant des pressions sur les responsables de l'application des règles, ou en mobilisant l'opinion publique contre la règle. Cela souligne l'importance de la prise en compte des réalités locales et des dynamiques de pouvoir lors de la conception et de la mise en œuvre des politiques. Une compréhension approfondie des acteurs locaux, de leurs intérêts et de leurs relations peut aider à anticiper les défis potentiels à l'application des règles et à développer des stratégies pour y faire face.

Il est évident que la mise en œuvre de cette règle spécifique concernant l'enneigement artificiel rencontre une multitude de défis à cause de la diversité des acteurs impliqués et de leurs intérêts divergents. Premièrement, il y a la commune des Agettes, une petite ville du Valais, qui envisage une fusion avec la ville de Sion. Les décideurs locaux pourraient être plus préoccupés par les implications économiques et politiques de cette fusion potentielle que par l'application de la règle sur l'enneigement artificiel. Deuxièmement, il y a les groupes écologistes locaux, qui cherchent à faire respecter la loi interdisant l'enneigement artificiel avant le 1er novembre, dans le but de protéger l'environnement naturel. Troisièmement, il y a le promoteur local de Téléveysonnaz, qui pourrait avoir des intérêts commerciaux dans l'enneigement artificiel précoce afin de prolonger la saison de ski et d'attirer plus de touristes. Enfin, il y a les producteurs d'hydroélectricité, qui ont besoin d'eau pour produire de l'électricité. Ils pourraient préférer que leur eau ne soit pas utilisée pour l'enneigement artificiel, car ils ont besoin d'hydroélectricité pour d'autres utilisations, notamment industrielles et de chauffage, particulièrement pendant les périodes de froid. Ainsi, la mise en œuvre effective de la règle sur l'enneigement artificiel se heurte à une variété d'intérêts et de dynamiques locales. Cette situation illustre la complexité des défis de mise en œuvre des politiques, même lorsque la loi est claire et sans ambiguïté.

Cet exemple met en évidence la manière dont les dynamiques de pouvoir locales peuvent influencer la mise en œuvre effective des politiques publiques. Dans ce cas, Monsieur Fournier, décrit comme un acteur touristique influent, semble avoir suffisamment de pouvoir pour contourner ouvertement la loi sur l'enneigement artificiel. Ce comportement suggère une perception que certaines personnes ou groupes sont, de facto, "au-dessus des lois" en raison de leur influence locale. Ce qui est particulièrement surprenant dans cette situation, c'est la passivité des autorités communales et des groupes écologiques. Bien que ces derniers pourraient être supposés vouloir faire respecter la loi, ils n'ont pas poursuivi en justice cet acte illégal. Cela pourrait suggérer que la réalité des relations de pouvoir locales peut parfois dépasser le cadre légal et la mise en œuvre des politiques, et que les acteurs impliqués peuvent ne pas être en mesure ou ne pas vouloir défier ces dynamiques de pouvoir en raison de divers facteurs, comme des considérations politiques, économiques ou autres.

Cet exemple illustre comment, lors de la mise en œuvre d'une politique, la loi peut parfois être ignorée ou contournée. Dans ce cas, aucune demande d'autorisation n'a été soumise, la commune qui aurait dû l'accorder n'a pas réagi, et aucun acte n'a été signalé aux autorités cantonales. Ce qui semble exister, c'est un accord tacite entre tous les acteurs impliqués : la loi ne sera tout simplement pas appliquée. Cette situation met en évidence la complexité de la mise en œuvre des politiques publiques, où les forces institutionnelles, sociales et politiques locales peuvent parfois interférer avec le respect strict de la loi. Cela souligne aussi l'importance du contexte local et des dynamiques de pouvoir dans l'interprétation et l'application des politiques publiques.

Cet exemple est certes évocateur, mais il est important de noter que dans certains cas, les enjeux peuvent être bien plus considérables que l'enneigement de quelques pistes de ski. Le concept de "déficit de mise en œuvre", également appelé "trou de mise en œuvre" ou "lacune d'implémentation" (implementation gap en anglais), devient crucial lorsque, malgré la clarté de la loi, la résistance locale empêche l'application effective des normes juridiques. Cela nous rappelle que l'élaboration d'une loi n'est que la première étape du processus de mise en œuvre des politiques publiques. La mise en application de ces lois peut être entravée par divers facteurs, notamment la résistance locale, les conflits d'intérêts, les dynamiques de pouvoir et les variations dans l'interprétation des lois. C'est pourquoi il est essentiel d'examiner les politiques publiques non seulement dans le contexte de leur conception, mais aussi dans le cadre de leur mise en œuvre sur le terrain.

Bureaucratie « de terrain »

Concept et définition

En plus du fédéralisme d’exécution, un autre facteur explicatif des difficultés liées à la mise en œuvre des politiques est le rôle des "street-level bureaucrats" ou des agents de première ligne, également connus sous le nom d'agents au guichet. Ce sont les individus qui travaillent quotidiennement avec les bénéficiaires des politiques publiques, et ils ont souvent une large discrétion dans la façon dont ils appliquent les directives et les réglementations. Ces agents de première ligne peuvent inclure divers professionnels tels que les travailleurs sociaux, les enseignants, les policiers, et bien d'autres. Leur interaction quotidienne avec les citoyens leur donne une perspective unique sur les effets des politiques sur le terrain. Par conséquent, ils peuvent jouer un rôle décisif dans la façon dont les politiques sont mises en œuvre, souvent en adaptant, en interprétant, ou même en modifiant les directives pour répondre aux besoins spécifiques des individus avec lesquels ils travaillent.

Les bureaucrates "de terrain" sont des fonctionnaires qui interagissent directement et fréquemment avec les citoyens. Ils sont responsables de l'octroi d'autorisations ou de la fourniture de services. Cependant, un élément clé de leur rôle est leur pouvoir discrétionnaire, qui leur permet d'adapter la mise en œuvre des politiques à des situations spécifiques. Les directives et les règles qu'ils sont chargés de mettre en œuvre ne sont souvent pas suffisamment détaillées pour couvrir toutes les situations possibles. Par conséquent, ces bureaucrates ont la liberté d'interpréter et d'appliquer ces règles de manière flexible, en fonction de leur jugement personnel. De plus, ces fonctionnaires bénéficient souvent d'une certaine autonomie par rapport à leur hiérarchie, ce qui renforce leur pouvoir discrétionnaire. Cela signifie qu'ils ont la liberté de prendre des décisions sans avoir à obtenir l'approbation préalable de leurs supérieurs. C'est cette combinaison de pouvoir discrétionnaire et d'autonomie qui permet à ces bureaucrates de terrain d'avoir une influence significative sur la façon dont les politiques sont mises en œuvre.

Appliquer les attributs précédemment mentionnés - interaction régulière et directe avec les citoyens, pouvoir d'interprétation et discrétion - nous mène à comprendre que de nombreux fonctionnaires jouent un rôle déterminant. Parmi eux, on compte les enseignants, les professeurs d'université, les policiers, les travailleurs sociaux, les juges, et le personnel soignant. Ces bureaucrates de terrain se retrouvent souvent face à une multitude de situations pour lesquelles les directives de la politique publique qu'ils mettent en œuvre ne peuvent pas prévoir chaque détail. Les situations concrètes et individuelles auxquelles ils sont confrontés sont si variées que c'est à eux d'évaluer en temps réel les meilleures actions à entreprendre. Cela peut aller de la décision d'imposer ou non une sanction, de fournir ou de refuser un soin, de sélectionner un sujet particulier à discuter ou non, et ainsi de suite. Ainsi, il leur revient de prendre des décisions instantanées selon les situations rencontrées : déterminer s'il faut appliquer une sanction ou pas, décider de prodiguer des soins ou non, opter pour un sujet particulier à traiter ou le mettre de côté, et ainsi de suite.

Lors de l'élaboration d'une politique publique, les décideurs doivent prendre en compte le fait que, pendant la phase de mise en œuvre, ils pourraient se heurter à la résistance des bureaucrates de terrain, c'est-à-dire ceux qui sont chargés de mettre en pratique la politique sur le terrain. Ces bureaucrates de terrain, qu'il s'agisse de policiers, d'enseignants, de travailleurs sociaux ou d'autres fonctionnaires en contact direct avec le public, possèdent une marge de manœuvre discrétionnaire dans l'application des politiques. Ils ont le pouvoir d'interpréter les règles et de décider comment les appliquer dans des situations spécifiques. Cette latitude peut être utilisée pour façonner, modifier ou même contrecarrer les intentions initiales de la politique. Par exemple, dans le domaine de l'éducation, un enseignant peut choisir d'interpréter et d'appliquer les directives du programme d'une manière qui reflète ses propres convictions ou la réalité spécifique de sa classe. De même, un policier peut choisir d'appliquer la loi de manière sélective ou à partir de sa propre interprétation des règles. De plus, la résistance à la mise en œuvre peut également être une forme de rétroaction de la base vers le sommet. Les bureaucrates de terrain, confrontés à la réalité quotidienne de la mise en œuvre des politiques, peuvent identifier des problèmes ou des obstacles imprévus qui n'étaient pas apparents lors de la formulation de la politique. Leurs réactions peuvent donc offrir des enseignements précieux pour l'amélioration des politiques futures. Il est donc crucial pour les décideurs de prendre en compte cette dynamique lors de l'élaboration des politiques publiques. Une bonne compréhension de la réalité de terrain, des mécanismes de mise en œuvre et des potentiels de résistance peuvent grandement contribuer à la réussite de la politique. Pour ce faire, il peut être bénéfique d'impliquer les acteurs de terrain dès la phase d'élaboration des politiques et de mettre en place des mécanismes de suivi et de feedback afin d'adapter la politique en temps réel et de garantir son efficacité.

Michael Lipsky, dans son ouvrage "Street-Level Bureaucracy: Dilemmas of the Individual in Public Service", publié en 1980, a mis en évidence le rôle crucial que jouent les bureaucrates de terrain dans la mise en œuvre effective des politiques publiques.[2] Selon lui, les décisions prises par ces acteurs, les routines qu'ils établissent et les stratégies qu'ils développent pour faire face aux incertitudes et aux pressions du travail deviennent, en réalité, les politiques publiques qu'ils mettent en œuvre : « I argue that the decisions of street-level bureaucrats, the routines they establish, and the devices they invent to cope with uncertainties and work pressures, effectively become the public policies they carry out. I argue that public policy is not best understood as made in legislatures or top-floor suites of high-ranking administrators, because in important ways it is actually made in the crowded offices and daily encounters of street-level workers ».

Lipsky soutient que pour comprendre réellement la politique publique, il ne faut pas uniquement se concentrer sur les décisions prises dans les législatures ou par les hauts fonctionnaires. Au contraire, il souligne que la politique publique est en grande partie façonnée dans les bureaux bondés et les interactions quotidiennes des travailleurs de première ligne. Cette idée remet en question la vision traditionnelle de la formulation des politiques publiques, qui suppose généralement que les décisions prises par les législateurs et les administrateurs de haut niveau sont directement traduites en action sur le terrain. Au lieu de cela, Lipsky souligne l'importance de reconnaître l'autonomie et le pouvoir discrétionnaire des bureaucrates de terrain, qui jouent un rôle actif et décisif dans la mise en œuvre des politiques. La reconnaissance de ce phénomène a des implications importantes pour la conception et la mise en œuvre des politiques publiques. Cela implique que les décideurs doivent non seulement prendre en compte les intentions et les objectifs de la politique, mais aussi la manière dont ils seront interprétés et mis en œuvre par les acteurs de terrain. Cette perspective souligne l'importance d'impliquer ces acteurs dès le début du processus de formulation des politiques et de mettre en place des mécanismes pour recueillir leurs retours et adapter la politique en conséquence.

Les interactions entre les bureaucrates de terrain et les citoyens sont au cœur de la mise en œuvre effective des politiques publiques. Ces interactions sont le moment où les politiques publiques sont interprétées, appliquées et ajustées en fonction des situations individuelles. Ces bureaucrates de terrain ont non seulement un contact direct avec les citoyens, mais ils ont aussi une compréhension détaillée et nuancée des contextes locaux et des problèmes spécifiques que les politiques publiques visent à résoudre. Ils sont souvent en mesure de voir les effets des politiques publiques sur le terrain et de comprendre comment elles peuvent être adaptées pour mieux répondre aux besoins des citoyens. Les interactions entre les bureaucrates de terrain et les citoyens peuvent également avoir un impact significatif sur la perception qu'ont les citoyens des politiques publiques et de l'administration publique en général. Leur attitude, leur comportement et la manière dont ils appliquent les politiques publiques peuvent influencer la confiance des citoyens dans les institutions publiques et leur volonté de se conformer aux politiques publiques. En fin de compte, si nous voulons comprendre comment les politiques publiques sont réellement mises en œuvre et comment elles pourraient être améliorées, il est crucial de se concentrer sur ces interactions au niveau de la rue. Cela nécessite une approche plus décentralisée et participative de la politique publique, qui prend en compte le rôle actif que jouent les bureaucrates de terrain dans la mise en œuvre des politiques.

Les bureaucrates de terrain, ou "street-level bureaucrats", jouent un rôle crucial dans la mise en œuvre des politiques publiques. Leurs actions, leurs décisions, les routines et les stratégies qu'ils mettent en place peuvent avoir un impact significatif sur la façon dont les politiques sont appliquées et interprétées. Par exemple, un travailleur social qui interprète et applique les directives relatives à l'aide sociale va influencer directement la manière dont ces aides sont distribuées, à qui elles sont attribuées, et comment elles sont perçues par les bénéficiaires. De la même façon, un enseignant va décider de la meilleure manière d'appliquer un programme scolaire et son interprétation et son application vont directement affecter les expériences éducatives des élèves. Par conséquent, ces bureaucrates de terrain sont en fait des acteurs essentiels de la politique publique. Ils sont ceux qui "font" réellement la politique sur le terrain. Leur rôle va donc bien au-delà de la simple exécution des politiques telles qu'elles ont été conçues par les décideurs à un niveau supérieur. Ils sont des agents actifs dans le processus de mise en œuvre, façonnant et influençant la politique à travers leurs interactions quotidiennes avec les citoyens. Cette perspective souligne l'importance de considérer les acteurs de terrain lors de la conception et de l'évaluation des politiques publiques. Il est essentiel de comprendre leurs perspectives, leurs défis et leurs stratégies pour mettre en œuvre efficacement les politiques publiques.

Cas d'application d'une réforme de la politique sociale en Californie (Référence : étude Meyer et al., 1998)

Cette réforme de la politique sociale en Californie visait à favoriser le "workfare" plutôt que le "welfare", c'est-à-dire à encourager les bénéficiaires de l'aide sociale à retourner sur le marché du travail plutôt qu'à rester dépendants de l'aide gouvernementale. Dans ce contexte, les travailleurs sociaux ont joué un rôle essentiel dans la mise en œuvre de cette réforme. En tant que bureaucrates de terrain, ils étaient en première ligne pour interagir avec les bénéficiaires de l'aide sociale, leur expliquer les nouvelles exigences de la réforme, les aider à naviguer dans le processus de recherche d'emploi et les soutenir tout au long de cette transition. Cependant, les travailleurs sociaux ont également eu une marge de manœuvre dans l'interprétation et l'application de cette réforme. Ils ont dû prendre des décisions discrétionnaires en fonction de leur évaluation de la situation de chaque bénéficiaire, de leurs capacités et de leurs besoins. Ils ont également dû faire face à des défis et des dilemmes, comme la difficulté de réconcilier les objectifs de la réforme avec les réalités du marché du travail et les circonstances individuelles de chaque bénéficiaire. Cette étude met donc en évidence l'importance des bureaucrates de terrain dans la mise en œuvre des politiques publiques et illustre également les défis qu'ils peuvent rencontrer lorsqu'ils sont confrontés à des réformes qui nécessitent un changement significatif dans la manière dont les services sont fournis.

La promotion de l'État social actif repose sur l'idée que l'aide sociale n'est pas simplement une prestation passive fournie par l'État, mais qu'elle doit aussi encourager et faciliter la réintégration active des bénéficiaires dans la société, et en particulier sur le marché du travail. Cette approche souligne l'importance de la responsabilité individuelle et de la participation active des bénéficiaires dans leur processus de réintégration. Dans le cadre de cette réforme en Californie, par exemple, les bénéficiaires de l'aide sociale étaient encouragés à chercher un emploi, à suivre une formation ou à participer à d'autres activités qui pourraient améliorer leurs chances de trouver un emploi. En échange de cette participation active, ils continuaient de recevoir une aide financière de l'État. Cependant, la mise en œuvre réussie de cette approche dépend largement des bureaucrates de terrain, tels que les travailleurs sociaux, qui sont chargés d'accompagner les bénéficiaires dans ce processus, de surveiller leur progrès et de les aider à surmonter les obstacles qu'ils peuvent rencontrer.

Les bureaucrates de terrain, ceux qui travaillent directement avec les bénéficiaires, sont souvent les premiers et les plus importants interprètes des politiques. Leur compréhension, leur interprétation et leur application des règles peuvent avoir un impact significatif sur la manière dont une politique est mise en œuvre en pratique. Dans le cas de la réforme de la politique sociale en Californie, ces bureaucrates de terrain étaient les travailleurs sociaux travaillant dans des agences sociales décentralisées. Pour que la réforme soit un succès, il était essentiel que ces travailleurs sociaux comprennent pleinement l'intention de la politique, la manière dont elle devrait être mise en œuvre et le rôle qu'ils joueraient dans ce processus. C'est pourquoi un programme de formation détaillé a été mis en place pour ces travailleurs sociaux. Ce programme visait non seulement à leur fournir les connaissances nécessaires pour comprendre et mettre en œuvre la réforme, mais aussi à les sensibiliser à l'importance de leur rôle et à les motiver à travailler de manière proactive pour aider les bénéficiaires de l'aide sociale à réintégrer le marché du travail. Cet exemple illustre clairement l'importance du rôle des bureaucrates de terrain dans la mise en œuvre des politiques publiques et montre comment des efforts ciblés pour les former et les soutenir peuvent contribuer au succès d'une réforme.

L'utilisation d'approches ethnographiques, comme l'observation directe des interactions entre les bureaucrates de terrain et les bénéficiaires de l'aide sociale, permet aux chercheurs d'obtenir une vue détaillée de la façon dont la politique est appliquée sur le terrain. Cela inclut non seulement la façon dont les bureaucrates de terrain interprètent et appliquent les règles, mais aussi comment ils interagissent avec les bénéficiaires, comment ils gèrent les situations difficiles ou ambiguës, et quels facteurs influencent leur comportement. Les chercheurs peuvent alors utiliser ces informations pour identifier les éventuels problèmes ou obstacles à la mise en œuvre efficace de la politique, et pour formuler des recommandations sur la façon dont ces problèmes pourraient être résolus. De plus, le fait d'effectuer des entretiens avec les bureaucrates de terrain après les observations peut également être très utile. Ces entretiens peuvent aider à clarifier et à approfondir les observations faites, et peuvent fournir une occasion de discuter des problèmes ou des préoccupations que les bureaucrates de terrain pourraient avoir. Ils peuvent également aider à comprendre les motivations, les attitudes et les perceptions des bureaucrates de terrain, qui peuvent toutes avoir un impact sur la manière dont ils mettent en œuvre la politique.

La déception fut grande lorsqu'ils ont réalisé, au fil de leurs observations, que les bureaucrates de terrain n'avaient jamais fait référence au principe central de la réforme, à savoir "il est toujours bénéfique de travailler". En dépit des efforts consacrés à la formation et à la sensibilisation de ces acteurs clés, la réforme semblait n'avoir eu aucun impact réel. Il semblait que malgré tous les efforts déployés, rien n'avait véritablement changé sur le terrain.

C'est une déception courante lors de la mise en œuvre de politiques publiques. Même avec une formation et une sensibilisation adéquates, il peut être difficile de changer les comportements et les routines bien ancrés des bureaucrates de terrain. C'est d'autant plus le cas lorsque les nouvelles directives ou politiques exigent un changement majeur dans la façon dont les choses sont faites.

Il y a plusieurs raisons possibles à ce phénomène :

  1. Résistance au changement : Comme pour toute organisation ou individu, il peut y avoir une résistance naturelle au changement. Les bureaucrates de terrain peuvent se sentir plus à l'aise avec les méthodes et les procédures existantes et peuvent être réticents à changer leurs habitudes de travail.
  2. Manque de compréhension ou de soutien : Malgré la formation, les bureaucrates de terrain peuvent ne pas comprendre pleinement la nouvelle politique ou ne pas être convaincus de ses avantages. Ils peuvent également manquer de soutien ou de ressources pour mettre en œuvre le changement.
  3. Conflits de valeurs ou de priorités : Les bureaucrates de terrain peuvent ne pas être d'accord avec les principes ou les objectifs de la nouvelle politique. Par exemple, dans le cas de la réforme en Californie, ils peuvent estimer que les bénéficiaires de l'aide sociale ont besoin de plus de soutien et de compréhension, plutôt que d'être poussés à travailler.
  4. Charge de travail et stress : La mise en œuvre d'une nouvelle politique peut entraîner une augmentation de la charge de travail et du stress pour les bureaucrates de terrain, ce qui peut les dissuader de l'adopter.

Cet exemple souligne l'importance de la coopération de tous les acteurs dans la mise en œuvre d'une politique publique, y compris les acteurs considérés comme étant au bas de l'échelle hiérarchique. Prenons l'exemple d'une politique d'éducation : sa réussite dépend grandement de l'engagement des acteurs de terrain tels que les enseignants. Si ces derniers résistent ou s'opposent à la mise en œuvre d'une réforme, ils ont le pouvoir de bloquer son application, et ce, malgré les décisions prises en amont au niveau du parlement ou de l'administration supérieure. C'est donc dire que la réussite d'une politique publique peut être compromise si les bureaucrates de terrain n'adhèrent pas à sa vision et à ses objectifs.

Appendici

Riferimenti

  1. Derthick, M. (1974). Implementation: How Great Expectations in Washington are Dashed in Oakland; Or, Why It's Amazing that Federal Programs Work at All, This Being a Saga of the Economic Development Administration as Told by Two Sympathetic Observers Who Seek to Build Morals on a Foundation of Ruined Hopes. Di Jeffrey L. Pressman e Aaron Wildavsky (Berkeley: University of California Press, 1973. pp. xviii, 182. $7,50). American Political Science Review", "68"(3), 1336-1337. doi:10.2307/1959201
  2. LIPSKY, MICHAEL. Street Level Bureaucracy: Dilemmas of the Individual in Public Services. Russell Sage Foundation, 1980. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/10.7758/9781610447713.